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Dopo 50 anni, ancora Marcinelle

28/08/2006

Le parole forti pronunciate dal Presidente della Repubblica nel giugno scorso, quando un crollo nel cantiere dell’autostrada Catania-Siracusa costò la vita a un giovane operaio, hanno un’eco particolare nell’anno in cui si commemora il cinquantenario della tragedia della miniera belga di Marcinelle, dove perirono 136 italiani insieme ad altrettanti compagni di lavoro di altre nazionalità. E proprio la drammatica attualità che ha tuttora il tema delle ‘morti bianche’ ha spinto il presidente dell’Inas Cisl Giancarlo Panero, cogliendo l’occasione dell’invio del libro “Il Belgio degli Italiani” al quale l’Istituto ha collaborato, a scrivere a Napolitano illustrando – dall’alto dell’esperienza pluriennale del patronato nell’assistere le vittime di infortuni e malattie legati al lavoro e i loro familiari – le dimensioni reali del problema che, purtroppo, sopravanzano quelle già preoccupanti delineate dalla ‘versione ufficiale’ dell’Inail.
Questi dati parlano di poco più di 1.200 infortuni mortali nel nostro paese nel 2005, in calo rispetto agli anni passati. Una cifra che, però, include solo chi muore direttamente per un trauma subito sul lavoro, omettendo un ventaglio sconcertante di casistiche il cui esito, purtroppo, è lo stesso: la fine prematura di una vita. Resta fuori, ad esempio, chi muore a distanza di tempo per le conseguenze dell’incidente subito, oppure per una malattia professionale. Restano fuori coloro il cui decesso non comporta il versamento di una rendita ai superstiti, perché semplicemente non avevano un coniuge o figli minori (è il caso di tanti giovani). Infine, sono ignorati dalle statistiche le decine di migliaia di casi respinti dall’Inail, per i quali è iniziata una lunga e snervante trafila burocratica che molto spesso si conclude con un’azione legale. Secondo lo stesso Inail, a marzo 2005 i casi mortali riconosciuti erano 1.150, ma con oltre 69 mila pratiche ancora pendenti; e se si calcola che almeno il 40% della cause si risolve a favore del ricorrente, alla fine si arriva ben oltre i 2000 morti l’anno, più di quanti ne abbia contati l’esercito USA in tre anni sul fronte iracheno. Una strage.
Quello delle cause è un punto dolente che l’Inas conosce bene, visto che sono molti i contenziosi di questo tipo da esso patrocinati. “Come farebbero queste migliaia di lavoratori – si chiede Panero – a sostenere gli oneri di una causa se non ci fossero gli Enti di Patronato, che mettono a disposizione gratuitamente medici e legali?”. Per di più, nel corso della passata legislatura è stata approvata una norma che condanna il lavoratore, se perde la causa, al pagamento delle spese processuali. Una norma che, rileva il presidente dell’Inas, sembra fatta apposta per mettere il singolo in condizione di inferiorità di fronte all’apparato burocratico e, magari, scoraggiarlo dall’esigere quello che è un suo diritto sacrosanto. Per questo l’Inas ha deciso di addossarsi, in caso di esito sfavorevole, fino all’80% delle spese processuali, in maniera graduata secondo il reddito dell’assistito. Resta però aperta la domanda: è giusto dover aspettare anni e finanche affrontare un processo, quando si parla di diritti garantiti dalla Costituzione? Non sarebbe il caso che l’Inail stesso, che da anni gode di un bilancio in attivo, prima di ridurre gli oneri a carico delle aziende si adoperasse per agevolare ai lavoratori infortunati il riconoscimento dei loro diritti, e prima ancora investisse in una seria campagna di prevenzione che, rimarca Panero, rimane l’unico strumento per sanare una piaga sociale inaccettabile?
Il problema delle morti sul lavoro e per lavoro, dunque, merita impegno, e merita anzitutto chiarezza. La sensibilità dimostrata dal più alto rappresentante istituzionale del nostro Paese fa ben sperare e trova pronto e concorde l’Inas, nell’ambito del suo impegno a livello nazionale ed europeo per rimettere il diritto alla salute e alla sicurezza sui posti di lavoro al centro dell’agenda politica e dell’attenzione di tutta la società civile.

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